Zika: il virus delle zanzare che minaccia le gravidanze

Il nome Zika viene da una foresta dell’Uganda, ma la malattia che porta quel nome è diventata famosa in Brasile, a migliaia di chilometri di distanza e per i motivi peggiori. Per quasi settant’anni il virus è stato considerato un’infezione esotica e quasi sempre innocua, confinata ad alcune zone dell’Africa e dell’Asia. Poi, tra il 2015 e il 2016, l’epidemia nelle Americhe ha rivelato un legame drammatico: l’infezione contratta in gravidanza può danneggiare il cervello del feto.
Oggi la circolazione del virus è molto più bassa rispetto al picco di dieci anni fa, ma non è scomparsa. Sapere come si trasmette, perché è pericoloso soprattutto per chi aspetta un bambino e come ci si protegge resta utile, perché il vettore principale, la zanzara Aedes aegypti e in parte la zanzara tigre (Aedes albopictus), continua a espandersi nelle zone tropicali e subtropicali e in Europa è ormai di casa.
Cos’è il virus Zika
Il virus Zika è un flavivirus, lo stesso genere a cui appartengono dengue, febbre gialla, West Nile e virus dell’encefalite giapponese. È un virus a RNA a singolo filamento con envelope lipidico, una struttura che lo rende sensibile ai disinfettanti comuni ma non alle difese immunitarie una volta entrato nell’organismo. Dal punto di vista clinico appartiene alle cosiddette arbovirosi, le malattie trasmesse da artropodi, in questo caso da zanzare.
La storia: dalla foresta di Zika all’emergenza globale
1947: la scoperta in Uganda
Nel 1947 i ricercatori della Rockefeller Foundation isolano il virus nella foresta di Zika, vicino a Entebbe, in Uganda, in un macaco rhesus usato come sentinella per la sorveglianza della febbre gialla. L’anno successivo il virus viene trovato anche nella zanzara Aedes africanus e nel 1952 arriva la prima prova di infezione umana, in Uganda e in Tanzania. Per decenni, fino agli anni Duemila, il Zika resta un’infezione rara e marginale: pochi casi sporadici in Africa e in Asia, quasi tutti senza sintomi o con un quadro simile a una lieve influenza.
2007: il primo focolaio fuori dall’Africa
Il salto avviene nel 2007, quando sull’isola di Yap, in Micronesia, scoppia il primo focolaio documentato al di fuori di Africa e Asia. L’epidemia colpisce diverse migliaia di abitanti, una quota enorme della popolazione dell’isola e accende la prima luce sul potenziale di diffusione del virus. Nel 2013 il virus compare in Polinesia francese con un’epidemia molto più grande, decine di migliaia di casi sospetti e proprio lì i medici notano per la prima volta un aumento dei casi di sindrome di Guillain-Barré e un numero anomalo di malformazioni cerebrali nei neonati. Il segnale viene riconosciuto solo in seguito, guardando indietro.
2015-2016: il Brasile e l’emergenza sanitaria internazionale
Nel 2015 il virus arriva in Brasile e trova terreno fertile: clima tropicale, città densamente popolate e una zanzara Aedes aegypti abbondante. L’epidemia è rapidissima e si stima abbia coinvolto oltre un milione di persone. Nello stesso periodo i reparti di neonatologia registrano un numero inatteso di casi di microcefalia e di altre malformazioni cerebrali. Nel febbraio 2016 l’OMS dichiara l’associazione tra Zika e microcefalia un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale, la stessa dichiarazione usata prima per l’ebola e poi per il COVID-19. Nei mesi successivi il legame causale tra virus e malformazioni congenite viene confermato e l’emergenza viene revocata nel novembre 2016, quando gli strumenti di sorveglianza e le misure di prevenzione sono considerati sufficienti.
Come si trasmette il virus Zika
La via principale è la puntura di zanzare del genere Aedes, soprattutto Aedes aegypti e, in misura rilevante, Aedes albopictus, la zanzara tigre. Sono le stesse zanzare che trasmettono anche la dengue e la chikungunya. A differenza della zanzara comune, le Aedes pungono soprattutto di giorno, all’alba, nelle prime ore del mattino e nel tardo pomeriggio e spesso all’aperto, anche se possono farlo anche in casa. Questo dettaglio è importante: le zanzariere usate solo di notte, da sole, non bastano.
Il virus non si trasmette solo con le punture. Altre vie documentate sono:
- da madre a feto, durante la gravidanza, attraverso la placenta, ed è la via che provoca le conseguenze più gravi;
- per via sessuale, sia da uomo a donna sia da donna a uomo, anche quando chi trasmette non ha sintomi;
- con le trasfusioni di sangue e di emoderivati;
- per esposizione di laboratorio, per chi manipola campioni infetti;
- possibilmente con il trapianto d’organo, un’eventualità rara ma considerata plausibile.
Non si trasmette con il contatto casuale, con gli abbracci, con l’aria o con il cibo. Un malato non è contagioso come lo sarebbe con l’influenza: serve la zanzara o una delle vie elencate sopra.
Sintomi: la malattia che passa inosservata
Qui sta gran parte dell’insidia. Circa l’80% delle persone infettate non ha alcun sintomo e non sa di essere stata contagiata. Quando i sintomi compaiono, si manifestano in genere da 3 a 14 giorni dopo la puntura e durano 2-7 giorni. Il quadro tipico è quello di una malattia febbrile lieve:
- eruzioni cutanee, spesso il segno più caratteristico;
- febbre modesta;
- congiuntivite, con occhi rossi e lacrimazione;
- dolori muscolari e articolari;
- malessere generale e mal di testa.
Niente di drammatico, appunto. E soprattutto niente di specifico: gli stessi sintomi si vedono con dengue, chikungunya, altre arbovirosi e molte malattie infettive comuni. Per questo la diagnosi non può basarsi solo sul quadro clinico.
TIP Perché un’infezione lieve può essere pericolosa? Perché il danno non è per chi si ammala, ma per il feto. Una donna incinta può avere sintomi minimi o nessuno e trasmettere comunque il virus al bambino. È questa la ragione per cui, nelle aree dove il virus circola, la raccomandazione è di prendere precauzioni anche in assenza di sintomi.
Il rischio principale: gravidanza e sindrome congenita da Zika
Se per l’adulto l’infezione è quasi sempre banale, per il feto è un’altra storia. Il virus attraversa la placenta e può infettare le cellule nervose in sviluppo, con un effetto che dipende dall’epoca della gravidanza: i primi mesi sono i più critici. Il risultato più noto è la microcefalia, cioè una testa più piccola del normale per età gestazionale e sesso, spesso accompagnata da uno sviluppo alterato del cervello.
La microcefalia però non è l’unico esito. Si parla di sindrome congenita da Zika per un insieme di problemi che comprende:
- malformazioni cerebrali, con calcificazioni e alterazioni della corteccia;
- contratture degli arti e tono muscolare alterato;
- anomalie oculari, fino a difetti visivi permanenti;
- perdita dell’udito;
- aborto spontaneo, morte fetale e parto pretermine.
Le stime dell’OMS indicano che tra il 5 e il 15% dei neonati nati da madri infettate in gravidanza presenta segni di complicanze legate a Zika. Il dato importante è che le malformazioni possono comparire anche dopo un’infezione asintomatica: la donna può non essersi accorta di nulla. Il rischio assoluto resta difficile da quantificare con precisione, dipende dal trimestre e da altri fattori, ma è sufficiente a giustificare le raccomandazioni di prevenzione per chi è in attesa o programma una gravidanza.
Guillain-Barré e le complicanze neurologiche negli adulti
Il secondo fronte è quello neurologico. Le epidemie di Polinesia francese e delle Americhe hanno mostrato un aumento dei casi di sindrome di Guillain-Barré, una malattia autoimmune che colpisce i nervi periferici e provoca debolezza muscolare progressiva, perdita di riflessi e, nei casi più gravi, paralisi e difficoltà respiratorie. Le stime emerse dagli studi indicano che il rischio di Guillain-Barré dopo un’infezione da Zika è più alto del normale, pur restando raro in termini assoluti. Sono state segnalate anche neuropatie e mieliti, cioè infiammazioni del midollo spinale. Si tratta di complicanze che richiedono ricovero e supporto, ma che nella maggior parte dei casi hanno un recupero parziale o completo.
Diagnosi: perché non è banale
La diagnosi di Zika richiede il laboratorio e non è semplice come sembra. Si usano due famiglie di test:
- i test molecolari (RT-PCR), che cercano l’RNA del virus nel sangue, nel siero, nelle urine e in altri fluidi. Funzionano bene solo per un periodo limitato dall’esordio, perché il virus resta poco nell’organismo;
- i test sierologici per gli anticorpi IgM, utili da circa una settimana dopo i sintomi, ma con un problema grande: gli anticorpi diretti contro Zika reagiscono in modo incrociato con quelli di dengue e di altri flavivirus.
Questo significa che un test positivo non basta a distinguere Zika da dengue e, in chi ha già avuto una dengue o è stato vaccinato, la confusione aumenta. Quando serve un risultato affidabile si ricorre al test di neutralizzazione (PRNT), più specifico ma laborioso e disponibile solo in pochi laboratori. Nella pratica si associa sempre la valutazione clinica, l’anamnesi dei viaggi e i test per le altre arbovirosi presenti nella stessa area. Nelle donne in gravidanza con sospetta infezione la diagnosi viene seguita da ecografie e controlli seriati per monitorare lo sviluppo del feto.
Cura: solo terapia di supporto
Non esiste un antivirale contro Zika e non esiste un vaccino approvato, nonostante la ricerca sia attiva e diversi candidati siano in sperimentazione. La cura è quindi di supporto: riposo, abbondante idratazione, antipiretici e analgesici per controllare febbre e dolori.
Un punto pratico importante: finché la dengue non è esclusa si preferisce il paracetamolo e si evitano i farmaci antinfiammatori non steroidei come l’ibuprofene e l’acido acetilsalicilico, perché in caso di dengue possono aumentare il rischio di sanguinamento. Le donne in gravidanza con sospetta infezione vanno seguite da un team specialistico, con test di laboratorio, counselling e controlli ostetrici dedicati.
Prevenzione: proteggersi dalle punture e non solo
Protezione dalle punture
La prima misura è evitare le punture, ricordando che le Aedes sono attive di giorno:
- indossare abiti che coprono il più possibile il corpo, preferibilmente di colore chiaro;
- usare repellenti cutanei o sui vestiti a base di DEET, IR3535 o icaridina, seguendo le istruzioni del prodotto;
- usare zanzariere a maglia fitta, anche di giorno e reti alle finestre;
- dormire sotto una zanzariera se si riposa durante il giorno, soprattutto per i bambini e per le donne in gravidanza.
Controllo dei ristagni d’acqua
Le zanzare Aedes si riproducono in piccole raccolte d’acqua vicino alle case. Eliminare i ristagni è la misura ambientale più efficace: coprire i contenitori d’acqua, svuotare sottovasi e annaffiatoi, pulire le grondaie, eliminare copertoni e oggetti abbandonati. Nei focolai le autorità possono disporre interventi con larvicidi e adulticidi.
Trasmissione sessuale e gravidanza
Poiché il virus può trasmettersi per via sessuale, l’OMS raccomanda che chi torna da un’area a trasmissione attiva usi il preservativo o l’astinenza per tre mesi se è un uomo e per due mesi se è una donna, per evitare di infettare il partner. Le donne in gravidanza che vivono in aree a trasmissione attiva o che vi hanno soggiornato dovrebbero praticare sesso protetto o astenersi per tutta la durata della gravidanza. A chi programma una gravidanza si raccomanda di informarsi sulla situazione epidemiologica della meta prima di partire.
Zika oggi: dove circola e perché la sorveglianza resta attiva
Dal 2017 in poi i casi globali sono calati in modo netto. La ragione più probabile è l’immunità di gregge accumulata dopo le grandi epidemie, che rallenta la circolazione. Questo però non significa che il virus sia scomparso: la trasmissione continua a bassi livelli in diversi Paesi delle Americhe, dell’Asia e dell’Africa, con focolai sporadici. Secondo l’OMS, 92 Paesi e territori hanno riferito evidenze di trasmissione da zanzare e la sorveglianza in molte aree resta limitata, quindi il dato reale è probabilmente più alto.
L’Europa è entrata nel quadro nel 2019, con i primi casi di trasmissione autoctona da zanzare in Francia meridionale, favoriti dalla presenza della zanzara tigre. In Italia la situazione è diversa: Aedes aegypti, il vettore più efficiente, non è stabilmente presente, ma la zanzara tigre è diffusa su gran parte del territorio. Questo rende improbabile, ma non impossibile, una trasmissione autoctona e spiega perché la sorveglianza delle arbovirosi in Italia resti attiva tutto l’anno, insieme ai sistemi di allerta internazionali come quelli di ECDC e OMS e alla Global Arbovirus Initiative, il programma lanciato dall’OMS per coordinare la lotta a dengue, Zika, chikungunya e alle altre arbovirosi.
Domande frequenti
Zika è pericoloso per tutti?
Per la maggior parte delle persone l’infezione è lieve o asintomatica e non lascia conseguenze. Il rischio serio riguarda il feto quando l’infezione viene contratta in gravidanza e, più raramente, le complicanze neurologiche come la sindrome di Guillain-Barré.
Se ho avuto Zika una volta, sono immune?
Sì, l’infezione induce una protezione di lunga durata contro lo stesso virus e i casi di reinfezione sono considerati rari. Questo tipo di immunità è uno dei motivi per cui la circolazione è calata dopo le grandi epidemie.
Esiste un vaccino contro Zika?
Al momento no. Non c’è un vaccino approvato per l’uso umano, anche se esistono diversi candidati in fase di sperimentazione. La prevenzione si basa sulla protezione dalle punture e sulle altre vie di trasmissione.
Posso viaggiare in un’area a rischio se sono incinta?
Le autorità sanitarie raccomandano alle donne in gravidanza di valutare con il medico la necessità del viaggio e di rimandarlo, se possibile, verso aree con trasmissione attiva. Se il viaggio è inevitabile, vanno adottate in modo rigoroso le misure contro le punture e le precauzioni per la via sessuale.
Quanto dura il periodo di incubazione?
I sintomi, quando compaiono, si manifestano in genere tra 3 e 14 giorni dopo la puntura e durano da 2 a 7 giorni. Il periodo in cui la zanzara può infettarsi da una persona malata è comunque breve.
⚠️ Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere medico. Consulta sempre il tuo medico per diagnosi e terapie.
