Peste: la malattia che ha cambiato la storia e che esiste ancora

Peste: la malattia che ha cambiato la storia e che esiste ancora
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La peste fa paura ancora oggi e non solo per quello che ha fatto nei secoli passati. Il batterio che la provoca non è scomparso: è ancora lì, nei roditori selvatici di alcuni angoli del pianeta e ogni anno continua a provocare un migliaio di casi nell’uomo. Capire come funziona serve a toglierle quell’aura da maledizione medievale e a rimetterla dove appartiene, tra le zoonosi batteriche note e curabili se riconosciute in tempo.

Questa monografia ricostruisce cos’è la peste, come si trasmette, quali forme cliniche assume e perché, a distanza di secoli, resta una malattia da tenere sotto sorveglianza.

Cos’è la peste e chi la causa

La peste è una zoonosi, cioè una malattia che nasce negli animali e solo in un secondo momento può passare all’uomo. L’agente è Yersinia pestis, un batterio Gram-negativo della famiglia delle Enterobacteriaceae, lo stesso gruppo a cui appartengono germi molto più comuni come la Escherichia coli. La somiglianza si ferma lì: Yersinia pestis è uno dei patogeni più aggressivi che si conoscano nell’uomo.

Per capire quanto sia insidioso basta guardare alla sua storia evolutiva. Il batterio deriva da Yersinia pseudotuberculosis, un germe intestinale relativamente mite, acquisendo nel tempo una serie di elementi genetici che gli hanno permesso di sopravvivere nel sangue dei roditori e di essere trasmesso dalle pulci. È una malattia dei roditori, prima ancora che dell’uomo.

Il serbatoio naturale è rappresentato dai piccoli mammiferi: ratti in ambiente urbano, ma anche marmotte, gerbilli, scoiattoli e altre specie selvatiche in Asia, Africa e nelle Americhe. Quando il batterio circola abbondantemente in una colonia di roditori, le pulci che li parassitano si infettano e diventano il tramite verso altri ospiti, compreso l’uomo.

Come si trasmette la peste

Esistono tre vie principali di trasmissione. La più nota è la puntura di pulce infetta, per lungo tempo l’unica compresa. La pulce del ratto orientale, Xenopsylla cheopis, è il vettore storico: quando punge un animale infetto ingerisce i batteri, che nel suo intestino si moltiplicano fino a ostruire l’apparato digerente. La pulce, affamata, cerca un nuovo pasto e rigurgita i batteri nella ferita, inoculandoli direttamente nel sangue.

La seconda via è il contatto diretto con animali infetti o con i loro tessuti e fluidi. Chi manipola una carcassa, chi macella una capra malata, chi tocca l’animale senza protezioni può infettarsi attraverso piccole lesioni della pelle o delle mucose. È il motivo per cui alcuni mestieri, dal cacciatore al veterinario, sono considerati a maggior rischio in certe aree.

La terza via è la più temuta, quella respiratoria: quando la peste raggiunge i polmoni, il paziente emette goccioline contenenti batteri e può trasmettere la malattia a un’altra persona con un semplice colpo di tosse. Questa forma, chiamata peste polmonare, è l’unica che si trasmette da uomo a uomo e la più letale se non trattata.

💡 Da sapere: la peste non si trasmette normalmente da persona a persona. Solo la forma polmonare, attraverso le goccioline respiratorie, può diffondersi tra esseri umani. La forma bubbonica, la più diffusa, richiede sempre il passaggio attraverso le pulci e i roditori.

Le tre forme cliniche

La peste si presenta in tre forme principali, che non sono nettamente separate: la malattia può evolvere da una all’altra se non viene curata.

La peste bubbonica è la forma più frequente. Dopo un’incubazione di due-sei giorni, compare febbre alta, brividi, cefalea, debolezza e dolori muscolari. Il segno distintivo è il bubbone: un linfonodo ingrossato, dolente e caldo, tipicamente all’inguine o all’ascella, che corrisponde alla zona dove è avvenuta la puntura. I linfonodi si gonfiano fino a formare tumefazioni molto evidenti. Senza trattamento, la mortalità della forma bubbonica si aggira tra il 50 e il 60 per cento dei casi.

La peste setticemica si verifica quando i batteri raggiungono massicciamente il sangue. Può nascere come complicanza delle altre due forme, oppure presentarsi fin dall’inizio, senza bubbone: in questo caso è ancora più difficile da riconoscere. Il quadro è quello di una sepsi grave, con febbre elevata, abbassamento della pressione, coagulazione intravascolare disseminata e piccole emorragie cutanee che scuriscono la cute. Da qui deriva il nome “morte nera”, che i cronisti medievali diedero alla malattia per le macchie scure sulle vittime.

La peste polmonare è la più temuta e contagiosa. L’incubazione è brevissima, spesso uno-tre giorni, con sintomi che assomigliano a una polmonite fulminante: febbre altissima, tosse, dolore toracico e sangue nell’espettorato. Se non trattata, la mortalità sfiora il 100 per cento e la morte può sopraggiungere in poche ore. È l’unica forma che richiede l’isolamento respiratorio del paziente.

La storia della peste

Poche malattie hanno segnato la storia umana quanto la peste, ed è impossibile raccontarla senza passare dalle sue tre grandi pandemie.

La peste di Giustiniano, tra il 541 e il 542, colpì l’impero bizantino e il bacino del Mediterraneo, indebolendo in modo decisivo le strutture dell’epoca. Secoli dopo arrivò la Morte Nera, tra il 1347 e il 1351: si stima che abbia ucciso tra un terzo e la metà della popolazione europea, ridisegnando economie, città e rapporti sociali. Fu quella l’epidemia che consegnò alla peste il posto che oggi occupa nell’immaginario collettivo.

La terza pandemia partì da Hong Kong nel 1894 e si diffuse lungo le rotte marittime, inaugurando l’era moderna della batteriologia. Proprio in quell’anno il medico svizzero-francese Alexandre Yersin identificò per primo l’agente patogeno, che da lui prese il nome. Pochi anni dopo, nel 1898, il francese Paul-Louis Simond chiarì il ruolo della pulce nella trasmissione, completando il quadro che ancora oggi è alla base della prevenzione.

Per ripercorrere come le epidemie, dalla peste al vaiolo e alle pandemie moderne, abbiano cambiato medicina e sanità pubblica, vale la pena leggere anche la storia delle grandi malattie infettive del passato: ogni epidemia ha lasciato un’eredità di sorveglianza e prevenzione che usiamo ancora.

Come si diagnostica

La diagnosi si basa su esami microbiologici diretti, perché i tempi contano. Il campione più utile dipende dalla forma: il materiale aspirato da un linfonodo nella peste bubbonica, il sangue in quella setticemica, l’espettorato in quella polmonare.

La coltura è il riferimento classico, ma richiede laboratori attrezzati e tempi non immediati. Molto più rapida è la PCR, che ricerca il DNA dell’agente e consente di identificarlo anche in poche ore. Esistono inoltre test rapidi basati sulla ricerca dell’antigene F1, utili sul campo nelle aree endemiche. La sierologia è invece più utile per la conferma retrospettiva che per l’urgenza.

Il punto cruciale è un altro: chi visita un paziente con febbre alta e linfonodi ingrossati deve pensare alla peste se ha un’adeguata storia di esposizione. Sapere che la persona vive o ha viaggiato in un’area endemica, o che ha manipolato animali selvatici, cambia completamente il percorso diagnostico.

La cura

La peste è una malattia batterica e si cura con gli antibiotici: il punto è iniziare il prima possibile. La terapia di riferimento comprende gli aminoglicosidi, come la streptomicina e la gentamicina, oltre alla doxiciclina; in alternativa si usano i fluorochinoloni, come la ciprofloxacina. La scelta dipende dall’età, dalla gravidanza, dalla gravità del quadro e dalla disponibilità dei farmaci nel contesto in cui si opera.

Quando il trattamento parte precocemente, la prognosi cambia radicalmente: la mortalità crolla e nella maggior parte dei casi si arriva a una guarigione completa. Il ritardo, al contrario, lascia poco margine, soprattutto nella forma polmonare e in quella setticemica. Nei casi polmonari è indispensabile l’isolamento respiratorio, per proteggere chi assiste il paziente.

Accanto alla cura dei malati esiste la profilassi post-esposizione: le persone venute a contatto stretto con un paziente infetto, o esposte a un animale malato, ricevono un ciclo di antibiotici per prevenire l’insorgenza della malattia. È una delle misure che, insieme alla sorveglianza, ha impedito negli ultimi decenni che i focolai si trasformassero in epidemie.

💡 Da sapere: Yersinia pestis è rimasto sensibile agli antibiotici più comuni. Esistono segnalazioni rare di ceppi con ridotta sensibilità, come quello descritto in Madagascar negli anni Novanta, ed è uno dei motivi per cui la peste resta sotto sorveglianza internazionale. Il tema della resistenza antimicrobica riguarda anche i patogeni più antichi.

Dove esiste ancora oggi

La peste non è una malattia del passato. L’Organizzazione mondiale della sanità registra ogni anno tra 1.000 e 2.000 casi nel mondo, con una mortalità che resta significativa laddove la diagnosi arriva tardi.

Il Paese con il maggior numero di casi è il Madagascar, dove la malattia è endemica e periodicamente provoca focolai. Altri serbatoi importanti sono la Repubblica Democratica del Congo, il Perù e gli Stati Uniti sud-occidentali, in particolare Arizona, Nuovo Messico, Colorado e California, dove ogni anno si contano pochi casi legati al contatto con roditori e altri mammiferi selvatici. Proprio negli Stati Uniti il CDC ha recentemente richiamato l’attenzione dei medici dopo un decesso per forma polmonare in Arizona, il primo nello Stato dal 2007.

In queste aree la peste è una malattia a notifica obbligatoria e rientra tra quelle soggette al Regolamento sanitario internazionale. La sorveglianza veterinaria ed entomologica, cioè il monitoraggio dei roditori e delle loro pulci, è il primo anello della catena di prevenzione.

Come si previene

Non esiste un vaccino disponibile per uso di routine: il vecchio vaccino a cellule intere è stato ritirato e le formulazioni moderne non sono ancora autorizzate per la popolazione generale. La prevenzione passa quindi da misure concrete e ambientali.

Il controllo dei roditori e delle loro pulci è il pilastro principale: meglio rendere inaccessibile il cibo, sigillare gli spazi dove si annidano e adottare misure di disinfestazione negli ambienti a rischio. Chi vive o lavora in aree endemiche dovrebbe evitare il contatto con animali selvatici e carcasse e usare guanti e protezioni quando si maneggiano animali o materiale potenzialmente infetto.

Per chi viaggia verso zone endemiche valgono le solite raccomandazioni di buon senso: repellenti contro le pulci e gli insetti, abiti che riducono le superfici esposte e attenzione all’igiene negli alloggi. Se compare febbre alta o un linfonodo ingrossato dopo un soggiorno in queste aree, è importante dirlo subito al medico, perché l’informazione sull’esposizione orienta la diagnosi in modo decisivo.

Vale la pena ricordare che molte zoonosi nascono da un contatto ravvicinato tra uomo, animali e ambiente, come nel caso della leptospirosi, un’altra malattia dei roditori e dell’acqua contaminata. Il filo che le unisce è sempre lo stesso: la sorveglianza, l’igiene e l’informazione.

Domande frequenti

La peste esiste ancora in Italia?

Non ci sono serbatoi stabili di peste in Italia. Nel nostro Paese la malattia non è endemica e i casi, rarissimi, sono di importazione, cioè legati a persone che si sono infettate viaggiando o lavorando in aree endemiche. Le malattie dei roditori che si vedono in Italia, come la leptospirosi, sono causate da agenti diversi.

Quanto è contagiosa la peste?

Dipende dalla forma. La peste bubbonica e quella setticemica non si trasmettono da persona a persona: richiedono il passaggio attraverso le pulci e i roditori. Solo la peste polmonare è contagiosa per via respiratoria e per questo richiede l’isolamento del paziente e la sorveglianza dei contatti stretti.

Quanto tempo passa dal contagio ai sintomi?

La forma bubbonica ha un’incubazione di due-sei giorni, mentre quella polmonare è molto più rapida, con sintomi che compaiono dopo uno-tre giorni. È una delle ragioni per cui, di fronte a un sospetto con la giusta storia di esposizione, non si aspetta la conferma di laboratorio per iniziare la terapia.

Esiste un vaccino contro la peste?

Non c’è un vaccino disponibile per uso di routine. Il vecchio vaccino a cellule intere non è più in commercio e le nuove formulazioni sono in fase di studio. La prevenzione oggi si basa sul controllo di roditori e pulci, sulla protezione individuale e sulla diagnosi precoce.

La peste si può curare?

Sì, si cura con gli antibiotici, a condizione che la terapia inizi presto. Aminoglicosidi, doxiciclina e fluorochinoloni sono efficaci e, quando il trattamento è tempestivo, la mortalità crolla rispetto ai valori altissimi che si osservano senza cure. Il ritardo nella diagnosi resta il fattore che pesa di più sulla prognosi.

⚠️ Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere medico. Consulta sempre il tuo medico per diagnosi e terapie.

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