Leptospirosi: la malattia dei ratti e dell’acqua sporca

Leptospirosi: la malattia dei ratti e dell'acqua sporca
Contenuti dell'articolo

La leptospirosi è una malattia infettiva batterica diffusa in tutto il mondo, causata da spirochete del genere Leptospira. È una zoonosi, cioè una malattia che passa dagli animali all’uomo; il suo serbatoio principale sono i roditori, in particolare i ratti, che ospitano i batteri nei reni e li eliminano con l’urina senza ammalarsi.

Il nome popolare, la malattia dei ratti e dell’acqua sporca, dice molto su come si prende. I batteri finiscono nell’ambiente con l’urina degli animali infetti, contaminano l’acqua dolce, il suolo umido e il fango, da cui entrano nell’uomo attraverso le mucose, le ferite e la pelle resa permeabile da un contatto prolungato con l’acqua.

Non è una malattia esotica confinata a Paesi lontani. La leptospirosi è presente anche in Italia, soprattutto nella pianura padana, dove il clima caldo e umido e le alluvioni ricorrenti creano le condizioni ideali per la contaminazione. Riconoscerne i sintomi è importante, perché nella maggior parte dei casi sembra un’influenza e solo una minoranza di pazienti sviluppa la forma grave.

L’agente patogeno: le spirochete del genere Leptospira

Il genere Leptospira comprende batteri sottili e allungati, a forma di cavatappi, appartenenti all’ordine delle spirochete. Si muovono con un movimento rotatorio che permette loro di penetrare nei tessuti e di attraversare le mucose e sopravvivono bene in ambienti umidi, dove possono restare vitali per settimane nell’acqua e nel suolo bagnato.

Tradizionalmente il genere era diviso in due specie, Leptospira interrogans, patogena e Leptospira biflexa, saprofita e innocua. La classificazione moderna è molto più complessa e distingue oltre 60 specie, raggruppate in più di 300 sierovarianti. Alcune sierovarianti sono adattate a specifici animali ospiti e prendono il loro nome: la L. interrogans sierovariante Icterohaemorrhagiae è legata ai ratti ed è la più associata alle forme gravi con ittero, mentre altre sono tipiche dei bovini, dei suini, dei cani o dei piccoli mammiferi selvatici.

Questa varietà spiega perché la leptospirosi può presentarsi in modi diversi e perché la diagnosi richiede test che riescano a riconoscere più sierovarianti contemporaneamente.

Come si trasmette: l’urina, l’acqua e la pelle bagnata

Il meccanismo di trasmissione è ambientale, non interumano. Un animale infetto elimina i batteri con le urine in modo intermittente, anche per mesi. L’urina contamina il terreno, le pozzanghere, i canali, i fiumi e le acque stagnanti. Chi entra in contatto con questi ambienti contaminati può infettarsi.

Le porte d’ingresso sono tre. Le mucose, cioè bocca, naso e occhi, si lasciano attraversare con facilità. Le ferite, anche piccole e non evidenti, offrono una via diretta. La pelle integra ma bagnata a lungo diventa permeabile, il che spiega perché un’immersione prolungata in acqua dolce contaminata sia un fattore di rischio.

Le situazioni più a rischio sono quindi le attività ricreative in acque dolci come nuoto, canoa, rafting e triathlon, il lavoro agricolo e zootecnico, la macellazione, la gestione dei rifiuti e delle fogne, la pulizia di cantine e stalle dopo un’alluvione. Anche la semplice deambulazione a piedi nudi o con calzature aperte in acqua stagnante è un fattore da non sottovalutare.

Dove vive il batterio: i serbatoi animali

I roditori, in particolare il ratto, sono considerati il serbatoio per eccellenza. Il batterio colonizza i tubuli renali dell’animale, che continua a eliminarlo nell’urina restando asintomatico. Non sono però gli unici: bovini, suini, ovini, caprini, cavalli, cani e numerosi mammiferi selvatici possono trasmettere la leptospirosi.

Negli animali da allevamento l’infezione può causare aborti, cali di produzione e problemi riproduttivi, con ricadute economiche rilevanti. Nei cani è una malattia seria, prevenibile con un vaccino veterinario specifico. Il fatto che il batterio circoli in ambienti urbani, periurbani e rurali spiega perché la leptospirosi sia considerata una malattia ubiquitaria, legata tanto alla natura selvatica quanto agli insediamenti umani.

Per restare alle zoonosi che si prendono dall’ambiente, la leptospirosi condivide alcuni tratti con patologie trasmesse dall’acqua contaminata: la malattia del colera e la febbre tifoide hanno nell’acqua e negli ambienti igienicamente degradati il loro veicolo principale, pur essendo causate da batteri diversi.

Da tenere a mente: la leptospirosi non si trasmette da persona a persona. Il contagio avviene quasi sempre per contatto diretto o indiretto con urina di animali infetti, tessuti contaminati o ambienti umidi dove il batterio è sopravvissuto.

La storia della malattia e la sindrome di Weil

La leptospirosi è nota da oltre un secolo. Nel 1886 il medico tedesco Adolf Weil descrisse una forma grave caratterizzata da febbre, ittero e ingrossamento della milza, che da allora porta il suo nome. Solo nel 1914, in Giappone, i ricercatori Ryukichi Inada, Yutaka Ido e colleghi identificarono l’agente responsabile, una spirocheta che chiamarono Spirochaeta icterohaemorrhagiae, oggi Leptospira interrogans sierovariante Icterohaemorrhagiae.

Per decenni la malattia è stata legata a mestieri precisi, tanto da guadagnarsi soprannomi come febbre dei campi, febbre dei mietitori, malattia dei porcai o febbre delle acque. Nel Novecento il quadro si è ampliato: la leptospirosi è diventata un problema di sanità pubblica nelle città con infestazione di ratti, nelle zone alluvionate e nelle aree tropicali, dove il numero di casi è più alto per la combinazione di clima, igiene e contatto frequente con acque contaminate.

Sintomi: un decorso bifasico facile da confondere

Il periodo di incubazione va in genere da 5 a 14 giorni, con un intervallo che può arrivare fino a un mese. Nella maggior parte dei casi la leptospirosi è una malattia lieve e autolimitante, che si risolve in pochi giorni, ma una quota importante di pazienti sviluppa forme severe.

La malattia si divide classicamente in due fasi. La fase setticemica dura circa 4-7 giorni e si presenta con esordio brusco: febbre alta, brividi, cefalea intensa, dolori muscolari soprattutto a polpacci e cosce, stanchezza, nausea e congiuntivite. Un segno tipico è la suffusione congiuntivale, un arrossamento degli occhi senza secrezione, che può orientare la diagnosi. In questa fase i batteri circolano nel sangue.

Segue un breve miglioramento e poi la fase immunitaria, in cui compaiono gli anticorpi e si manifestano le complicanze. Qui il quadro può includere meningite asettica, uveite, dolori addominali, ingrossamento di fegato e milza e, nei casi peggiori, insufficienza renale, emorragie e coinvolgimento polmonare. La forma più temuta è la sindrome di Weil, che associa ittero, insufficienza renale e tendenza al sanguinamento; nelle forme gravi la mortalità può superare il 10%.

Esiste anche una forma polmonare grave, con emorragia alveolare e insufficienza respiratoria, osservata con maggiore frequenza in alcuni focolai e associata a una letalità elevata.

Quando sospettare la leptospirosi. Febbre alta associata a dolori muscolari intensi e congiuntivite, dopo un bagno in acque dolci, una passeggiata in zona alluvionata, un lavoro a contatto con animali o con acque reflue, deve spingere a dirlo al medico. L’anamnesi di esposizione è spesso la chiave che apre la diagnosi.

La diagnosi: spesso tardiva e mai banale

La leptospirosi è difficile da diagnosticare perché all’esordio assomiglia a molte altre malattie febbrili. Il primo strumento è l’anamnesi: chiedere al paziente se ha nuotato in acqua dolce, se ha avuto contatti con roditori o animali da allevamento, se ha lavorato in ambienti allagati orienta il sospetto.

Sul piano di laboratorio si usano due famiglie di test. La diagnosi diretta cerca il DNA batterico con la PCR, utile nella fase precoce quando i batteri circolano nel sangue. Può essere cercata anche nelle urine. La diagnosi indiretta cerca gli anticorpi con test come l’ELISA e il test di agglutinazione microscopica MAT, considerato il riferimento. Il limite è il tempo: gli anticorpi compaiono solo dopo la prima settimana, quindi una sierologia negativa nei primi giorni non esclude la malattia. Per questo, se il sospetto è forte, il trattamento non va rimandato in attesa del risultato.

Cura: l’antibiotico precoce fa la differenza

Nelle forme lievi la leptospirosi può regredire spontaneamente, ma il trattamento antibiotico è comunque raccomandato, perché riduce la durata dei sintomi e, se iniziato presto, la probabilità di complicanze. I farmaci di prima scelta sono la doxiciclina, la penicillina e, nelle forme gravi, il ceftriaxone endovena. La doxiciclina è spesso preferita per la semplicità di somministrazione.

Un effetto possibile dell’inizio del trattamento è la reazione di Jarisch-Herxheimer, un peggioramento transitorio di febbre e sintomi che segue la liberazione di sostanze batteriche, comune anche in altre spirochetosi. È una reazione nota e gestibile, non un fallimento della terapia.

Nelle forme gravi il trattamento antibiotico non basta: servono terapia intensiva, supporto della funzione renale, talvolta la dialisi, il controllo delle emorragie e della funzione respiratoria. È la tempestività dell’accesso alle cure a fare la differenza sul decorso.

La leptospirosi in Italia: clima, alluvioni e pianura padana

In Italia la leptospirosi non è scomparsa. La circolazione è più intensa nella pianura padana, dove l’agricoltura, l’allevamento e la rete di canali creano un ambiente favorevole al batterio. Le alluvioni rappresentano un momento di rischio elevato: l’acqua che invade strade, cantine e campi facilita la dispersione dei batteri e il contatto con la popolazione, con casi segnalati tra i soccorritori e i volontari impegnati nelle operazioni di pulizia.

Il clima conta. Temperature più alte e stagioni umide prolungano la sopravvivenza del batterio nell’ambiente e allungano la finestra di rischio, che tipicamente va dalla primavera all’autunno. Anche il lavoro nei campi, la pesca, la caccia in zone umide e gli sport d’acqua dolce sono attività che espongono. Chi vive in contesti urbani con presenza di ratti, come cantine, mercati e aree con rifiuti, non è esente.

Vale lo stesso principio che riguarda le altre zoonosi trasmesse da artropodi e animali, dal momento che la leptospirosi si colloca accanto a malattie come la malattia di Lyme trasmessa dalle zecche: la prevenzione passa dalla conoscenza degli ambienti a rischio più che dalla paura dell’animale.

Prevenzione: proteggersi dove conta

Non esiste un vaccino umano di uso corrente in Italia per la leptospirosi. La prevenzione si basa quindi su comportamenti e misure ambientali, che sono molto efficaci se applicati con costanza.

  • Protezioni individuali: guanti, stivali alti e abiti coprenti per chi lavora a contatto con acqua, fango, animali e rifiuti. Le ferite vanno coperte con un cerotto impermeabile prima dell’attività a rischio.
  • Controllo dei roditori: derattizzazione e igiene degli ambienti riducono la fonte principale di contaminazione, in casa come nei luoghi di lavoro.
  • Attenzione alle acque dolci: evitare di nuotare o immergersi in acque stagnanti e in zone dove sono avvenute alluvioni, soprattutto con ferite aperte e di non bere da fonti non sicure.
  • Igiene dopo l’esposizione: lavarsi con acqua e sapone dopo il contatto con acqua o fango sospetti e disinfettare le ferite.
  • Salute animale: vaccinazione dei cani e degli animali da reddito dove previsto, controllo sanitario degli allevamenti.
  • Chemioprofilassi: nella doxiciclina settimanale per gruppi selezionati ad alto rischio, come alcune categorie di lavoratori o viaggiatori con esposizione prolungata, su indicazione medica.

Nelle aree alluvionate le autorità sanitarie raccomandano misure specifiche per soccorritori e volontari, tra cui protezioni individuali, igiene accurata e, in alcuni contesti, la chemioprofilassi. Anche l’informazione della popolazione sui rischi dell’acqua contaminata è parte della strategia di prevenzione.

Domande frequenti sulla leptospirosi

La leptospirosi si trasmette da persona a persona?

No. Il contagio avviene attraverso il contatto con urina, tessuti o ambienti contaminati da animali infetti. Il contatto stretto con una persona malata non è una via di trasmissione riconosciuta.

Quanto dura la leptospirosi?

Nelle forme lievi i sintomi si risolvono in circa una settimana, anche senza terapia specifica. Nelle forme gravi il decorso può protrarsi per settimane e richiedere il ricovero, con una convalescenza lunga e la possibilità di sequele renali o oculari.

Esiste un vaccino per l’uomo?

In Italia non è disponibile un vaccino umano di routine. Esistono vaccini veterinari per alcuni animali, come i cani, oltre a vaccini umani utilizzati solo in contesti professionali molto specifici in alcuni Paesi. La prevenzione si basa su protezioni individuali e controllo ambientale.

La leptospirosi è pericolosa in gravidanza?

Sì, l’infezione in gravidanza è associata a un rischio maggiore di complicanze, tra cui aborto e trasmissione al feto. In caso di esposizione a rischio, è importante parlarne subito con il medico.

Come si distingue da una normale influenza?

La leptospirosi può iniziare come una sindrome simil-influenzale, ma alcuni segnali devono insospettire: congiuntivite senza secrezione, dolori molto intensi a polpacci e cosce e, soprattutto, un’anamnesi di esposizione ad acqua o animali. Il tampone influenzale negativo in un paziente con questi elementi deve far pensare anche ad altre cause.

Fonti

World Health Organization, Leptospirosis, fact sheet. Centers for Disease Control and Prevention, Leptospirosis. Istituto Superiore di Sanità, EpiCentro, schede sulle zoonosi. Ministero della Salute, informazioni sulla leptospirosi e sulle misure in caso di alluvione. Istituto Zooprofilattico Sperimentale, dati di sorveglianza sulle leptospirosi animali e umane in Italia.

⚠️ Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere medico. Consulta sempre il tuo medico per diagnosi e terapie.

Seguimi su YouTube!
Parliamo di: