Febbre emorragica di Crimea-Congo: il virus che viaggia sulle zecche e negli ospedali

Ci sono virus che si prendono camminando in un prato e virus che si prendono in un reparto di terapia intensiva. La febbre emorragica di Crimea-Congo riesce a fare entrambe le cose.
Non è una malattia da documentario esotico. Circola in un’area che va dal Sudafrica ai Balcani, dalla Turchia all’Afghanistan e negli ultimi decenni si è spostata verso nord insieme alle zecche che la trasportano. In Spagna i primi casi autoctoni sono arrivati nel 2016, in provincia di Ávila. In Francia il virus è stato identificato nelle zecche dei Pirenei Orientali. In Italia il vettore è presente al Sud e nelle isole. Questo basta per tenere la sorveglianza accesa.
La parte che rende questa malattia diversa da quasi tutte le altre è il secondo canale di contagio: un paziente non riconosciuto in pronto soccorso può infettare chi lo assiste. Non è un dettaglio da manuale. È la ragione per cui i focolai nosocomiali di CCHF fanno più vittime tra il personale sanitario che tra gli allevatori.
Che cos’è, esattamente, il virus CCHF
Il virus della febbre emorragica di Crimea-Congo, sigla CCHF, è un Orthonairovirus della famiglia Nairoviridae, un gruppo che fino a qualche anno fa veniva classificato dentro i Bunyaviridae. Il genoma è a RNA a singolo filamento negativo, diviso in tre segmenti: large, medium e small, che codificano la polimerasi, le glicoproteine di superficie e la nucleoproteina.
La segmentazione ha una conseguenza pratica. Quando due virus diversi infettano la stessa cellula i segmenti possono rimescolarsi e produrre varianti nuove, il meccanismo del reassortment che nell’influenza genera i ceppi pandemici. Nel caso della CCHF la variabilità osservata è più contenuta, ma il virus circola in un numero enorme di specie animali e questo gli garantisce un serbatoio di diversità difficile da controllare.
Il dettaglio che colpisce chi lavora in laboratorio è un altro. Il virus replica in decine di mammiferi e uccelli senza causare malattia evidente: bovini, pecore, capre, lepri, ricci, struzzi. Gli animali sono amplificatori silenziosi: il virus resta nel loro sangue per circa una settimana, abbastanza perché una zecca lo prelevi e lo passi avanti.
Perché si chiama Crimea-Congo
Il nome è un atto di archeologia virologica. Nel 1944, durante il ritiro delle truppe dalla penisola di Crimea, un gruppo di soldati sviluppò una febbre emorragica con un quadro clinico che nessuno aveva descritto prima. I campioni vennero conservati e il virus fu isolato anni più tardi.
Nel 1956 un bambino in Congo sviluppò una malattia simile. Da quel caso venne isolato un agente che sembrava diverso. Solo nel 1969 si capì che i due virus erano lo stesso: i due toponimi vennero uniti nel nome che usiamo oggi. La sequenza Crimea-Congo racconta quindi due scoperte separate e una fusione arrivata tredici anni dopo.
Le due storie cliniche avevano in comune la caratteristica che rende la malattia riconoscibile sul campo: sanguinamenti diffusi, transaminasi alte, piastrine basse e un personale sanitario che si ammala dopo aver assistito i primi pazienti.
Il ciclo naturale: zecche, animali e un ospite di troppo
Il serbatoio del virus sono le zecche del genere Hyalomma, in particolare Hyalomma marginatum in Europa e Hyalomma anatolicum nelle zone più aride. Sono zecche grandi, con zampe a bande chiare, attive soprattutto tra aprile e settembre. Il comportamento le distingue dalle cugine dei boschi: cacciano attivamente, seguono gli odori, si muovono verso l’ospite invece di aspettarlo su un filo d’erba.
Il ciclo funziona così. La zecca si infetta pungendo un animale con virus nel sangue, il patogeno attraversa l’intestino, raggiunge le ghiandole salivari e le ovaie. Da lì passa alla generazione successiva per via transovarica. Una zecca infetta resta infetta per tutta la vita, che nelle specie di questo genere può durare due o tre anni.
Gli animali da allevamento sono il ponte. Bovini, pecore, capre e cammelli sviluppano una viremia breve e asintomatica, sufficiente però a mantenere il ciclo. Quando l’uomo entra in contatto con il loro sangue durante la macellazione, la macellazione diventa l’evento a rischio. Per questo la CCHF è una malattia professionale prima di essere una malattia dei viaggiatori: allevatori, pastori, macellai, veterinari.
Tip. La puntura di Hyalomma non concede tempo
Con la Borrelia della malattia di Lyme la zecca deve restare attaccata molte ore prima di trasmettere l’infezione. Questo ha creato l’idea che ci sia sempre tempo per controllarsi. Con il virus CCHF il discorso cambia: il patogeno è già nelle ghiandole salivari e la trasmissione può avvenire entro pochi minuti dalla puntura.
La conseguenza pratica è che il controllo del corpo va fatto appena si esce dall’area a rischio e non la sera prima di dormire. La zecca va rimossa subito con una pinzetta a punte sottili, tirando dritto e senza schiacciarla. Olio, alcol, acetone e fiammiferi sono cattive idee: irritano la zecca e aumentano la quantità di saliva iniettata.
Le tre vie di trasmissione all’uomo
La prima è la puntura di zecca, che resta il canale più frequente nelle zone rurali endemiche. Riguarda chi lavora nei campi, chi fa escursioni fuori sentiero, chi si siede sull’erba alta e in misura minore chi alleva animali da cortile.
La seconda è il contatto con sangue e tessuti animali nelle fasi di macellazione, macellazione domestica compresa. Il rischio aumenta nei periodi di festa religiosa, quando molte famiglie macellano un animale in casa: in Afghanistan e in Pakistan i picchi di casi seguono l’Eid al-Adha con una regolarità che non lascia dubbi.
La terza è il contatto interumano. Si verifica con sangue, vomito, feci, urine, saliva e secreti respiratori di un paziente in fase emorragica. Non serve un contatto drammatico: bastano mani non protette, un taglio sulla pelle, un aghi riutilizzato, uno strumento chirurgico sterilizzato male. Il personale sanitario, i familiari che assistono a casa e chi manipola i campioni in laboratorio sono le categorie più esposte.
Qui sta la differenza tra un focolaio che si chiude e uno che esplode. Un paziente con febbre e piastrine basse, senza storia di viaggio indagata, può passare giorni in reparto prima che qualcuno pensi alla CCHF. In quei giorni il virus raggiunge le cariche più alte proprio quando iniziano i sanguinamenti. Ogni prelievo diventa un’occasione di esposizione.
I sintomi, fase per fase
Il periodo di incubazione dipende da come è arrivato il virus. Dopo una puntura di zecca passano in genere uno-tre giorni, con un massimo documentato di nove. Dopo il contatto con sangue o tessuti infetti si arriva a cinque-sei giorni, con un massimo di tredici.
L’esordio è brusco. Febbre alta, brividi, cefalea intensa, dolori muscolari e articolari, vertigini, dolore e rigidità del collo, mal di schiena, fastidio alla luce. Compaiono spesso nausea, vomito, diarrea, dolore addominale e mal di gola, insieme a sbalzi d’umore e confusione che chi assiste il paziente descrive come un cambiamento di personalità.
Dopo due-quattro giorni l’agitazione lascia il posto a sonnolenza, apatia e stanchezza profonda. Il dolore addominale si localizza nel quadrante superiore destro, si palpa un fegato ingrandito, compaiono tachicardia e linfonodi ingrossati. Il quadro epatico è la regola: chi guarda solo la febbre rischia di sottovalutare un paziente che sta entrando nella fase critica.
La fase emorragica comincia in genere tra il terzo e il sesto giorno. Petecchie su cute e mucose, ecchimosi, sangue dal naso, sanguinamento delle gengive, vomito ematico, feci nere, sangue nelle urine. Le piastrine scendono, i leucociti calano, le transaminasi salgono, il tempo di protrombina si allunga. Dal quinto giorno possono comparire insufficienza renale rapida, insufficienza epatica acuta ed edema polmonare.
La morte arriva di solito nella seconda settimana, per shock, coagulazione intravascolare disseminata e fallimento multiorgano. Chi sopravvive inizia a migliorare intorno al nono o decimo giorno, ma la convalescenza è lunga: astenia per settimane o mesi, tachicardia, perdita di capelli, calo dell’udito, difficoltà di concentrazione e memoria.
Tip. Tre numeri da tenere a mente
Piastrine sotto 50.000 per microlitro, transaminasi in rapida salita e tempo di protrombina allungato: insieme delineano il paziente che sta scivolando verso la forma emorragica. Non è la febbre che dice quanto è grave, è il laboratorio.
In un pronto soccorso italiano il punto di partenza resta la domanda giusta: «È stato punto da una zecca, ha viaggiato in Turchia, Balcani, Africa o Asia centrale, ha macellato o manipolato animali nelle ultime due settimane?». Una risposta affermativa cambia il percorso, l’isolamento e la gestione dei campioni.
La diagnosi
Nei primi giorni di malattia la risposta anticorpale non è ancora misurabile, quindi la diagnosi si fa cercando direttamente il virus. La RT-PCR su sangue è il test di riferimento nella fase acuta, affiancata dalla ricerca dell’antigene con ELISA. La sierologia con IgM e IgG diventa utile più avanti. Nei pazienti che guariscono serve anche per la conferma retrospettiva.
Il sequenziamento permette di ricostruire le catene di trasmissione, cosa che nei focolai nosocomiali vale quanto la terapia: sapere chi ha infettato chi chiude il cerchio dei contatti. L’isolamento del virus in coltura richiede laboratori di massimo contenimento biologico, mentre i campioni inattivati possono essere maneggiati in condizioni di sicurezza inferiori.
Vale la pena ripeterlo perché è il punto in cui si sbaglia di più: i campioni di un paziente con sospetta CCHF sono un rischio biologico estremo. Prelievi fatti senza le precauzioni, provette rotte, centrifuge non sigillate: sono tutti scenari che hanno prodotto infezioni di laboratorio nella letteratura scientifica.
In Italia la malattia è soggetta a notifica obbligatoria e la sorveglianza si appoggia alla rete dei laboratori di riferimento e al sistema europeo EpiPulse, che raccoglie le segnalazioni settimanali dei Paesi UE. Il Ministero della Salute la include tra le malattie sotto osservazione, con indicazioni specifiche per i viaggiatori e per gli operatori sanitari.
La terapia: supporto, ribavirina e un vaccino che esiste quasi solo in Bulgaria
Non esiste un antivirale approvato per la CCHF. La terapia è di supporto intensivo: bilancio dei fluidi, correzione degli elettroliti, trasfusioni di emazie, plasma fresco congelato e piastrine secondo il quadro clinico, gestione della coagulazione intravascolare disseminata, dialisi e ventilazione quando servono.
La ribavirina viene usata da decenni fuori indicazione, sulla base di studi piccoli e non randomizzati. L’OMS è esplicita: l’efficacia resta incerta, il dosaggio ottimale non è definito. Quando si decide di usarla il paziente andrebbe arruolato in uno studio clinico. Nella pratica, in un focolaio con pochi casi e molta pressione, la si somministra comunque: è una scelta comprensibile, non una prova di efficacia.
Tra le molecole in studio ci sono il favipiravir e alcuni anticorpi monoclonali diretti contro le glicoproteine di superficie, ma nessuna ha ancora un’autorizzazione. Il vaccino esiste ed è inattivato, preparato su cervello di topolino lattante: è registrato e utilizzato in Bulgaria per le categorie a rischio e non è disponibile a livello internazionale. Per questo l’OMS lo ha inserito tra i patogeni prioritari della sua agenda di ricerca e sviluppo.
Il messaggio pratico per il clinico è che la velocità conta più del farmaco. Un paziente riconosciuto al terzo giorno e gestito in isolamento con supporto intensivo ha prospettive molto diverse da uno riconosciuto al sesto, quando i sanguinamenti sono già iniziati.
Dove circola: la mappa che si allarga
L’areale storico della CCHF copre Africa subsahariana e meridionale, Balcani, Medio Oriente, Caucaso, Asia centrale e Asia meridionale, con il limite settentrionale segnato dal 50° parallelo, che è il confine geografico della principale zecca vettore. Dentro quest’area i Paesi con più casi segnalati sono Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, Russia meridionale, Bulgaria, Albania, Kosovo e Nord Macedonia.
La Turchia merita un paragrafo a parte. Dal 2002 ha notificato migliaia di casi, con una letalità intorno al 5%, molto più bassa del 30% che si legge nelle casistiche storiche. La spiegazione più accreditata non è un virus più gentile, è un sistema di diagnosi precoce costruito sul campo: ospedali provinciali addestrati, test disponibili, pazienti che arrivano prima.
In Europa occidentale il caso spagnolo è il più interessante. I primi casi autoctoni sono stati identificati nel 2016 in provincia di Ávila. Da allora la malattia è tornata con una certa regolarità nelle estati successive. In Spagna il virus viene mantenuto da Hyalomma lusitanicum, mentre la trasmissione all’uomo è legata soprattutto a Hyalomma marginatum, la specie più diffusa nel Sud e nell’Est Europa.
La Francia ha aggiunto un tassello nel 2023, con il virus trovato in zecche raccolte su bovini nei Pirenei Orientali, senza casi umani autoctoni. In Italia la malattia non è endemica e negli anni recenti non sono stati notificati casi autoctoni, ma Hyalomma marginatum è segnalata in diverse regioni meridionali e insulari e il Paese è considerato a rischio di introduzione. Le nuove mappe ECDC del 2026 mostrano vettori in espansione su buona parte del continente.
Il motore di questo spostamento è climatico prima che epidemiologico. Inverni più miti, stagioni di attività più lunghe, pascoli che restano verdi più a lungo: le zecche del genere Hyalomma hanno bisogno di caldo e di ospiti. In Europa trovano entrambi. A questo si aggiunge la sottostima diagnostica, perché le forme lievi passano come febbre estiva e gli studi di sieroprevalenza in aree endemiche suggeriscono un numero di infezioni molto superiore a quello notificato.
Prevenzione: cosa conta davvero
Per chi vive o viaggia in aree a rischio, la protezione è quella contro le zecche, fatta bene. Repellenti con DEET o icaridina sulla pelle esposta, permetrina sui vestiti, abiti chiari che rendono visibile la zecca, pantaloni lunghi infilati nei calzoni, scarpe chiuse. Restare sui sentieri e evitare l’erba alta riduce l’esposizione, ma non la azzera, perché Hyalomma caccia attivamente.
Il controllo del corpo è la misura più sottovalutata. Doccia appena possibile, ispezione di ascelle, inguine, dietro le ginocchia, cuoio capelluto e pieghe della pelle. La zecca va rimossa con una pinzetta a punte sottili afferrando il rostro il più vicino possibile alla cute, tirando dritto senza torsioni. La zona va disinfettata. Se compare febbre nelle due settimane successive, la puntura va detta al medico.
Sul fronte professionale la prevenzione è infrastrutturale: guanti, occhiali e grembiuli nei macelli, ispezione degli animali prima della macellazione, trattamenti acaricidi sul bestiame, gestione separata degli animali con segni di malattia. Nelle aree endemiche la macellazione domestica andrebbe scoraggiata nei periodi di picco e il latte crudo evitato per prudenza.
Negli ospedali la misura che cambia l’esito di un focolaio è il triage. Domanda esplicita su viaggi, punture di zecca e contatto con animali, isolamento da contatto e da droplet in attesa dell’esito, dispositivi di protezione per ogni contatto, gestione dei rifiuti e degli aghi, sterilizzazione rigorosa degli strumenti. Il monitoraggio degli operatori esposti dura in genere 14 giorni. In alcuni protocolli si valuta la ribavirina post-esposizione, senza prove solide di efficacia.
Tip. Il focolaio nosocomiale si previene con una domanda
La maggior parte dei focolai ospedalieri di CCHF parte da un paziente ricoverato con una diagnosi diversa: gastroenterite, febbre da viaggio, epatite acuta, sepsi. Il caso indice non è il problema, il problema sono i cinque giorni in cui nessuno lo ha riconosciuto.
Un’infezione da zecca non è una curiosità da anamnesi ben compilata: è un’informazione che cambia la stanza, i dispositivi di protezione e il destino degli operatori che entrano in quella stanza.
Domande frequenti
La febbre emorragica di Crimea-Congo si trasmette da persona a persona?
Sì, ma solo attraverso il contatto diretto con sangue, secreti, organi o fluidi corporei di una persona malata, soprattutto in fase emorragica. Non si trasmette per via aerea a distanza come l’influenza e non si prende stando nella stessa stanza di un paziente asintomatico. Il rischio riguarda chi assiste, chi fa prelievi e chi manipola campioni senza protezione.
Quanto è letale davvero?
La letalità riportata dall’OMS va dal 10 al 40%, con una mortalità complessiva intorno al 30% e decessi concentrati nella seconda settimana di malattia. I numeri scendono molto nei contesti con diagnosi precoce: in Turchia la letalità registrata è intorno al 5%, in Sudafrica e in Pakistan i focolai nosocomiali hanno mostrato tassi molto più alti, perché il paziente arriva tardi o non arriva affatto.
Esiste un vaccino?
Esiste un vaccino inattivato prodotto in Bulgaria e usato per le persone a rischio, come operatori sanitari e lavoratori degli allevamenti. Non ha un’authorization europea centralizzata e non è disponibile nella maggior parte dei Paesi. Per i viaggiatori non esiste una profilassi vaccinale praticabile, quindi la prevenzione resta comportamentale.
In Italia c’è rischio di prenderla?
Il rischio per la popolazione generale è considerato molto basso, perché la malattia non è endemica e negli anni recenti non sono stati notificati casi autoctoni. Esiste però un rischio di introduzione legato alla presenza del vettore al Sud e nelle isole, oltre a un rischio di importazione da parte di viaggiatori e lavoratori che rientrano da aree endemiche. La sorveglianza del Ministero della Salute e delle regioni serve esattamente a intercettare questi casi.
Ho trovato una zecca addosso: cosa devo fare?
Rimuoverla subito con una pinzetta a punte sottili, afferrando la parte più vicina alla pelle e tirando dritto, senza schiacciare il corpo. Disinfettare la zona e segnare la data sul calendario. Se nelle due settimane successive compare febbre, mal di testa o dolori muscolari, bisogna andare dal medico dicendo chiaramente dove è avvenuta la puntura, meglio ancora portando la zecca in un contenitore se è stata conservata.
Fonti
Organizzazione Mondiale della Sanità, Crimean-Congo haemorrhagic fever, fact sheet. ECDC, CCHF factsheet e sorveglianza stagionale UE 2026. ECDC, distribuzione di Hyalomma marginatum. Ministero della Salute, scheda malattia. OMS, agenda R&D sui patogeni prioritari.
Per restare sul tema delle zecche: l’encefalite da zecche e il virus TBE, la malattia di Lyme e le nuove mappe ECDC 2026 su zanzare, zecche e pappataci.
⚠️ Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere medico. Consulta sempre il tuo medico per diagnosi e terapie.
