Immunosenescenza: perché con l’età il sistema immunitario invecchia

Immunosenescenza: perché con l'età il sistema immunitario invecchia
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Con l’età il sistema immunitario smette di funzionare come a vent’anni, ma non si spegne: si riorganizza. Questo rimodellamento progressivo ha un nome preciso, immunosenescenza, ed è la ragione per cui gli over 65 si ammalano più spesso, guariscono più lentamente e rispondono peggio ai vaccini. Capire come funziona aiuta a proteggersi meglio.

Che cos’è l’immunosenescenza

L’immunosenescenza è l’insieme dei cambiamenti che il sistema immunitario attraversa con l’avanzare dell’età. Non è un guasto improvviso, ma una lenta trasformazione che comincia già intorno ai 50-60 anni e accelera dopo i 70. Due processi la riassumono: da una parte la produzione di cellule nuove diminuisce, dall’altra il sistema si sbilancia verso uno stato di infiammazione cronica di basso grado. Il risultato è un immunitario che risponde in modo meno mirato, più lento e talvolta anche contro l’organismo stesso.

Va detto subito: l’immunosenescenza è fisiologica, non una malattia. Ogni persona la attraversa con velocità diverse, in base a genetica, stile di vita, malattie croniche e ambiente. Non spiega da sola perché un ottantenne si ammala e un altro no.

TIP. “Immunosenescenza” non significa che il sistema immunitario è diventato debole in modo uniforme. Alcune sue parti perdono precisione, altre restano iperattive. È questa combinazione, non una semplice riduzione, a creare i problemi clinici.

Il timo: la fabbrica dei linfociti T che si svuota

Il timo, l’organo dietro lo sterno dove maturano i linfociti T, raggiunge la sua massima dimensione nell’infanzia e poi comincia a ridursi. Questo processo si chiama involuzione timica e con gli anni lascia sempre meno spazio al tessuto funzionante, sostituito da tessuto adiposo.

La conseguenza più importante è la caduta dei linfociti T naive, cioè le cellule “giovani” che non hanno ancora incontrato nessun patogeno e sono pronte a riconoscere un virus o un batterio mai visto prima. Se il timo non ne produce più, l’organismo deve fare affidamento sulla memoria immunitaria accumulata negli anni, cioè su cellule T già specializzate. Il problema è che una memoria vecchia copre bene gli incontri già avvenuti, ma non i patogeni nuovi.

Dai linfociti T naive a quelli della memoria

Il sistema immunitario invecchiato si sposta progressivamente verso le cellule T della memoria. Si riempie di cloni specializzati, ognuno esperto di un patogeno specifico, ma perde in flessibilità. Ci sono meno reclute disponibili per le minacce nuove e la risposta alla vaccinazione diventa più lenta e meno ampia.

Un secondo fenomeno è l’espansione clonale: alcune popolazioni di cellule T si moltiplicano molto, occupando lo spazio che servirebbe ad altre. Il repertorio diventa meno vario proprio quando servirebbe diversità per riconoscere il maggior numero possibile di nemici. Le cellule T regolatorie, quelle che spengono la risposta quando non serve più, tendono a occupare più spazio e a frenare la reazione contro agenti esterni.

Un esempio concreto di questa fragilità è la riattivazione del virus della varicella, che resta latente nei gangli nervosi. Quando il controllo dei linfociti T cala, il virus si risveglia e provoca l’herpes zoster, il cui rischio cresce proprio con l’età.

I linfociti B e la diversità degli anticorpi

Anche il comparto dei linfociti B, quelli che producono gli anticorpi, risente dell’età. La diversità dei recettori con cui i linfociti B riconoscono gli antigeni diminuisce, mentre aumentano le cellule B della memoria già formate. La risposta anticorpale tende a ridursi in ampiezza e varietà, anche se i livelli di anticorpi circolanti possono restare normali.

Nei vaccini questo si vede chiaramente: dopo la somministrazione gli anziani producono titoli anticorpali più bassi, e questi calano più in fretta nelle settimane e nei mesi successivi. La protezione dura quindi meno e i richiami acquistano maggiore importanza.

L’immunità innata: neutrofili, macrofagi e cellule natural killer

L’immunosenescenza non riguarda solo la parte “adattativa” fatta di linfociti, che impara e ricorda i patogeni specifici. Anche la prima linea di difesa, quella innata, perde efficienza. I neutrofili, i macrofagi e le cellule natural killer sono le cellule che agiscono entro poche ore dal contagio, senza bisogno di riconoscere esattamente l’agente infettivo.

Con l’età i neutrofili migrano meno efficacemente verso il sito dell’infezione e la loro capacità di inglobare e uccidere i microbi si riduce. I macrofagi diventano meno reattivi e passano più tempo in uno stato di attivazione cronica. Le cellule natural killer conservano la capacità di riconoscere i bersagli, ma uccidono con minore prontezza. Tutto questo rallenta la risposta iniziale, dando al patogeno qualche giorno in più per moltiplicarsi prima che entri in campo l’esercito più mirato dei linfociti.

L’inflammaging: l’infiammazione che non si spegne

Un elemento centrale dell’immunosenescenza ha un nome ormai internazionale: inflammaging. È uno stato di infiammazione cronica di basso grado, senza un’infezione evidente, che accompagna l’invecchiamento. A sostenerlo sono le stesse cellule del sistema innato, il tessuto adiposo, le cellule invecchiate che restano nell’organismo e rilasciano sostanze infiammatorie, e il continuo intrecciarsi con malattie croniche come diabete e aterosclerosi.

L’inflammaging è una lama a doppio taglio: da un lato favorisce la fragilità e la progressione di malattie cardiovascolari e neurodegenerative, dall’altro non protegge dalle infezioni. Il sistema immunitario consuma risorse in una sorta di allarme di fondo permanente e, quando arriva un vero patogeno, ha meno margine per rispondere.

TIP. L’inflammaging spiega un paradosso frequente nei grandi anziani: analisi normali, nessuna malattia acuta, eppure un’infiammazione di fondo misurabile con marcatori come la proteina C reattiva o l’interleuchina 6. Non è un’infezione, ma un segnale dello stato del sistema immunitario.

Perché gli anziani si ammalano di più: le conseguenze cliniche

La somma di questi meccanismi ha ricadute concrete. Gli over 65 sono più suscettibili a influenza, polmonite pneumococcica e COVID, che in questa fascia di età hanno tassi di ospedalizzazione e mortalità nettamente superiori. Le infezioni urinarie e quelle della pelle si complicano più facilmente, e la riattivazione dell’herpes zoster diventa più comune. Anche le infezioni che in un adulto giovane passano inosservate possono attecchire.

Un altro aspetto spesso sottovalutato è la durata della malattia: l’immunitario anziano elimina i patogeni più lentamente, quindi le infezioni durano di più e richiedono più spesso il ricovero. Le risposte vaccinali, infine, sono più deboli e più lente, come conferma l’osservazione clinica costante nei programmi di immunizzazione.

C’è poi un segnale che può ingannare: negli anziani la febbre può mancare o essere molto contenuta. La febbre è una risposta immunitaria attiva, e se il termostato dell’infiammazione è meno reattivo un’infezione grave può presentarsi con poca o nessuna temperatura. Per questo in questa fascia d’età contano anche altri campanelli: confusione, sonnolenza, cadute improvvise, perdita di appetito, peggioramento dello stato generale.

Cosa si può fare: i vaccini dopo i 65 anni

La prima leva concreta è la vaccinazione. Il calendario per gli over 65 nelle raccomandazioni internazionali e italiane prevede l’antinfluenzale ogni anno, con formulazioni adiuvate o ad alto dosaggio, pensate proprio per chi risponde meno ai vaccini standard, l’anti-pneumococco contro lo pneumococco, e l’anti-herpes zoster, che sfrutta la ricombinazione per superare la memoria immunitaria assopita. A queste si aggiungono i richiami per difterite, tetano e pertosse, e le indicazioni specifiche in base a patologie croniche.

Le formulazioni adiuvate e ad alto dosaggio non sono un capriccio commerciale: gli adiuvanti servono a svegliare un sistema immunitario più pigro e a spingerlo a una risposta più forte, mentre la dose maggiore espone l’organismo a più antigene per stimolare meglio la memoria. Anche i richiami ravvicinati e le strategie di somministrazione combinata fanno parte di questo sforzo.

TIP. Se hai più di 65 anni e una o più malattie croniche, non basta “fare il vaccino”: conta il tipo. Chiedi esplicitamente le formulazioni adiuvate o ad alto dosaggio per l’antinfluenzale e informati sul calendario completo, perché la protezione nell’anziano dipende molto dalla scelta del prodotto.

Movimento, sonno e alimentazione

Non esiste un elisir capace di ringiovanire il timo, ma alcune abitudini sostengono il sistema immunitario anche in età avanzata. L’attività fisica regolare, anche solo camminare ogni giorno, è associata a una migliore risposta ai vaccini e a una minore infiammazione di fondo. Il sonno adeguato è altrettanto importante: durante il riposo notturno si consolidano la memoria immunitaria, e la privazione cronica di sonno riduce l’efficacia della risposta agli antigeni.

L’alimentazione conta nel suo complesso: proteine sufficienti, frutta e verdura ricche di micronutrienti, un adeguato apporto di vitamina D e un controllo del peso. Evitare le carenze alimentari è più importante che cercare integratori miracolosi, il cui effetto reale è modesto se non c’è una carenza da correggere. Anche curare le malattie croniche, e ridurre il più possibile i farmaci immunosoppressivi quando la situazione clinica lo consente, contribuisce a preservare il sistema immunitario.

Domande frequenti

L’immunosenescenza inizia a una certa età precisa?

Non c’è una soglia netta. I primi cambiamenti nel timo sono già visibili in giovane età adulta, ma diventano clinicamente rilevanti intorno ai 60-70 anni. La velocità varia molto da persona a persona e dipende da genetica, stile di vita e malattie croniche.

Perché il vaccino antinfluenzale va ripetuto ogni anno negli anziani?

Per due motivi che si sommano. Il primo è che i virus dell’influenza cambiano di continuo, quindi il vaccino va aggiornato. Il secondo è che negli anziani i titoli anticorpali calano più in fretta, così la protezione svanisce prima: da qui l’importanza di un richiamo annuale e dell’uso di formulazioni adiuvate o ad alto dosaggio.

Fare attività fisica può davvero migliorare la risposta ai vaccini?

L’attività fisica regolare è associata a una migliore risposta immunitaria e a una minore infiammazione di fondo. Non trasforma un anziano in un ventenne, ma nella popolazione anziana chi si muove tende a rispondere meglio alle vaccinazioni e a infettarsi meno. Vale come abitudine di lungo periodo, non come gesto dell’ultimo minuto.

L’inflammaging è pericoloso di per sé?

È un fattore di rischio, non una diagnosi. Un’infiammazione cronica di basso grado contribuisce alla fragilità e alla progressione di diverse malattie croniche, ed è correlata a un invecchiamento meno sano. Non si cura con un singolo farmaco, ma con l’insieme di stile di vita, controllo delle patologie croniche e vaccinazioni aggiornate.

Che differenza c’è tra immunità innata e adattativa nell’invecchiamento?

L’immunità innata è la prima linea, rapida e generica, fatta di neutrofili, macrofagi e cellule natural killer. L’immunità adattativa è quella mirata, fatta di linfociti T e B che riconoscono un patogeno specifico e lo ricordano. Con l’età entrambe perdono efficienza, ma in modo diverso: l’innata rallenta la reazione iniziale, l’adattativa fatica a rispondere a patogeni nuovi e a costruire una memoria durevole.

Fonti: OMS, EpiCentro ISS, CDC, PubMed, NHS.

⚠️ Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere medico. Consulta sempre il tuo medico per diagnosi e terapie.

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