Varicella: molto più di una malattia dei bambini

La varicella sembra una di quelle malattie che si prendono da bambini e poi si dimenticano. In realtà è un’infezione che l’organismo non dimentica affatto: il virus che la causa, il varicella-zoster, resta dormiente nei gangli nervosi per tutta la vita e può risvegliarsi decenni dopo sotto forma di herpes zoster. La varicella è quindi molto più di una malattia dei bambini: è l’inizio di una convivenza lunga con un herpesvirus.
Per la maggior parte dei bambini si risolve in una settimana di febbre, vescicole e prurito intenso. Non è però mai una malattia banale: negli adulti, nei neonati, nelle donne in gravidanza e nelle persone con difese immunitarie ridotte può complicarsi in modo serio. Proprio per questo la varicella è entrata nel calendario vaccinale italiano tra le vaccinazioni obbligatorie.
Che cos’è il virus varicella-zoster
Il virus varicella-zoster, abbreviato VZV, è un herpesvirus a DNA a doppio filamento, noto anche come herpesvirus umano 3 (HHV-3). Appartiene alla sottofamiglia degli alphaherpesvirus, la stessa dell’herpes simplex. Con i suoi parenti condivide una proprietà che li rende speciali: la capacità di restare latente nell’ospite anche dopo la guarigione.
Il nome racconta due malattie diverse causate dallo stesso agente. “Varicella” richiama l’esantema variopinto, fatto di lesioni in stadi diversi. “Zoster”, dal greco, significa cintura: descrive la fascia di pelle che la riattivazione del virus disegna sul corpo. L’unico serbatoio naturale del VZV è l’uomo: non esistono animali che lo mantengano in circolazione.
Dopo l’infezione il virus entra nel sangue e raggiunge la pelle, dove produce le tipiche vescicole, ma risale anche lungo le terminazioni nervose fino ai gangli sensitivi, dove si annida e spegne la propria attività. Il sistema immunitario lo controlla, ma non lo elimina.
Come si trasmette
La varicella si trasmette in due modi principali. Il primo è la via aerea: le goccioline respiratorie e gli aerosol carichi di virus che una persona infetta emette parlando, tossendo o semplicemente respirando. Il secondo è il contatto diretto con il liquido contenuto nelle vescicole, che è ricco di particelle virali. In gravidanza esiste anche una via verticale, dalla madre al feto.
L’incubazione dura in media 14-16 giorni, con un intervallo che va da 10 a 21 giorni dall’esposizione. In questa fase non ci sono sintomi e la persona non è ancora contagiosa.
Il contagio inizia però prima che il problema si veda: chi si ammala è infettivo già uno o due giorni prima della comparsa dell’eruzione cutanea. Lo resta finché tutte le lesioni non si sono trasformate in croste, di solito cinque o sette giorni dopo l’esordio. La varicella è considerata una delle malattie infettive più contagiose in circolazione, con un numero di riproduzione di base molto alto: in una comunità di persone suscettibili un solo caso può generarne diversi altri.
💡 Perché è così contagiosa? Il virus si moltiplica nelle vie respiratorie prima ancora di arrivare alla pelle. Una persona già infettiva, ma senza vescicole visibili, può diffondere il virus semplicemente stando nella stessa stanza. Questo spiega perché la varicella corre veloce negli asili e nelle scuole.
I sintomi, ondata dopo ondata
Nei giorni che precedono l’eruzione compaiono sintomi poco specifici: febbre modica, malessere, stanchezza, cefalea e inappetenza. È una fase di uno o due giorni che assomiglia a un’influenza leggera e che spesso passa inosservata, soprattutto nei bambini più piccoli.
Poi arriva l’esantema, con un aspetto inconfondibile. Le lesioni compaiono a ondate e attraversano in sequenza quattro stadi: macchie piatte, papule rilevate, vescicole piene di liquido e infine croste. Poiché le ondate si sovrappongono, nella stessa zona del corpo si vedono contemporaneamente lesioni in fasi diverse: è il segno che distingue la varicella da altre eruzioni.
Il prurito è intenso e la distribuzione è centripeta, cioè più concentrata al centro del corpo. Le prime lesioni compaiono sul tronco e sul cuoio capelluto, poi si estendono al viso e agli arti. Anche le mucose possono essere coinvolte, con vescicole in bocca che rendono doloroso mangiare e bere.
La malattia dura in genere 5-10 giorni e le croste cadono nell’arco di una o due settimane, senza lasciare cicatrici nella maggior parte dei casi. Le cicatrici permanenti, quando restano, sono il risultato delle lesioni grattate e delle sovrainfezioni batteriche.
Quando la varicella non è banale: le complicanze
La complicanza più frequente nei bambini è la sovrainfezione batterica delle lesioni. Grattandosi si aprono micro-ferite che vengono colonizzate da streptococco di gruppo A e stafilococco aureo, con impetigine, cellulite, ascessi e, nei casi peggiori, fascite necrotizzante e shock tossico. È il motivo per cui tenere le unghie corte e la pelle pulita non è una raccomandazione da poco.
La polmonite virale è più tipica degli adulti e dei fumatori. Si manifesta con tosse, difficoltà respiratoria e febbre che non migliora. Può richiedere il ricovero. Nelle donne in gravidanza il rischio respiratorio è particolarmente temuto.
Tra le complicanze neurologiche la più comune è l’atassia cerebellare acuta, che colpisce all’incirca un caso ogni 4.000 e provoca instabilità nel camminare e tremori. Di solito è benigna e si risolve senza conseguenze, ma spaventa perché compare proprio quando l’eruzione sta guarendo. Esistono forme più rare e più gravi, come l’encefalite e la meningite.
Nei neonati e nelle persone immunodepresse la varicella può diventare disseminata, con polmonite, epatite e lesioni estese. In questi gruppi la mortalità è alta senza trattamento.
🚩 Quando serve il medico subito: febbre che risale o non scende, lesioni che diventano molto rosse, calde e dolorose, respiro affannoso o tosse persistente, forte sonnolenza o confusione, difficoltà a camminare o a stare in equilibrio, disidratazione. Nei neonati, nelle donne in gravidanza e negli immunodepressi il contatto con un malato di varicella va sempre segnalato al medico, anche senza sintomi.
La varicella negli adulti e in gravidanza
Negli adulti la varicella è più severa. La febbre è più alta, l’eruzione più estesa e le complicanze, soprattutto polmonari, molto più frequenti. Il rischio di ricovero e di morte è nettamente superiore rispetto ai bambini. Cresce ulteriormente nei fumatori e in chi ha malattie respiratorie croniche. Un adulto che non ha mai avuto la varicella né è stato vaccinato resta suscettibile per tutta la vita.
In gravidanza l’infezione è un problema su due fronti. Per la madre aumenta il rischio di polmonite, più aggressiva del solito. Per il feto esiste la sindrome varicella congenita, con un rischio più alto se l’infezione avviene nelle prime 20 settimane: può causare cicatrici cutanee, difetti degli arti, problemi oculari e neurologici. Se invece l’eruzione materna compare da cinque giorni prima a due giorni dopo il parto si parla di varicella neonatale, una forma grave che richiede le immunoglobuline specifiche.
Il legame con l’herpes zoster
Una volta passata la varicella, il virus non lascia il corpo. Resta quiescente nei gangli nervosi, tenuto a bada dalla risposta immunitaria. A controllarlo sono soprattutto i linfociti T della memoria, i protagonisti dell’immunità adattativa. Quando le difese calano, per l’età o per un trattamento immunosoppressivo, il virus può riattivarsi e ripercorrere il nervo in senso inverso, fino alla pelle. Nasce così l’herpes zoster, il fuoco di Sant’Antonio, con un’eruzione dolorosa che segue una fascia cutanea e spesso lascia una nevralgia che dura mesi.
È una connessione importante da capire: chi ha avuto la varicella si porta dentro il virus per sempre. Il vaccino contro la varicella non si limita a prevenire l’infezione acuta: riduce anche il serbatoio di virus da cui può nascere l’herpes zoster.
La sindrome di Reye e il pericolo dell’aspirina
Un capitolo a parte riguarda i farmaci. In corso di varicella, come in corso di influenza, l’uso dell’acido acetilsalicilico (l’aspirina) nei bambini e negli adolescenti è associato alla sindrome di Reye, una condizione rara ma grave che combina encefalopatia e sofferenza del fegato e che può essere letale. Per questo l’aspirina è controindicata sotto i 16 anni in presenza di un’infezione virale con febbre. Per abbassare la febbre si usa il paracetamolo.
Come si diagnostica
Nella maggior parte dei casi la diagnosi è clinica: l’aspetto delle lesioni, la loro varietà in stadi diversi e la distribuzione centripeta sono così tipici che il medico riconosce la varicella a colpo d’occhio. Nei casi dubbi, o quando la diagnosi ha conseguenze importanti, si ricorre agli esami di laboratorio.
Il test di riferimento è la PCR sul liquido prelevato da una vescicola, che identifica direttamente il DNA del virus. In alternativa si può ricorrere all’esame citologico, che mette in evidenza le cellule multinucleate tipiche dell’infezione, oppure alla sierologia. La ricerca degli anticorpi è utile soprattutto in gravidanza, dove il test di avidità aiuta a capire se l’infezione è recente o pregressa e quindi se esiste un rischio per il feto.
Le cure: sintomatiche e l’aciclovir per chi è a rischio
Nel bambino sano la varicella non ha una cura che la spenga. La gestione è di supporto: idratazione abbondante, paracetamolo per la febbre, antistaminici per il prurito, bagni tiepidi e unghie corte per ridurre il grattamento. Le creme a base di cortisone vanno evitate, perché possono favorire le sovrainfezioni. Gli antibiotici sono inutili, salvo che si instauri una complicanza batterica.
L’aciclovir, un antivirale attivo contro gli herpesvirus, è indicato nei gruppi a rischio: adolescenti sopra i 12 anni, adulti, donne in gravidanza, persone immunodepresse e chi ha malattie croniche della pelle o dei polmoni. Funziona molto meglio se iniziato entro 24-72 ore dalla comparsa dell’eruzione. Nelle forme gravi si usa per via endovenosa in ospedale.
Per chi è stato esposto al virus esistono due strumenti di profilassi post-esposizione. Il primo è il vaccino, che se somministrato entro tre giorni dal contatto può prevenire la malattia o renderla molto più lieve. Il secondo sono le immunoglobuline specifiche contro il VZV, riservate ai soggetti fragili come immunodepressi, donne in gravidanza suscettibili e neonati. Vanno date entro dieci giorni dall’esposizione.
💡 Cosa non fare: niente aspirina per la febbre, niente creme al cortisone sulle vescicole, niente antibiotici se non c’è un’infezione batterica accertata. E niente “feste della varicella”: infettare di proposito un bambino sano non è mai una buona idea, perché non si può prevedere se la malattia resterà lieve.
La prevenzione: il vaccino
Il vaccino contro la varicella è un vaccino vivo attenuato, ottenuto da un ceppo indebolito del virus (il ceppo Oka). È sicuro ed efficace, disponibile anche in formulazione combinata quadrivalente insieme a morbillo, parotite e rosolia. Per capire i meccanismi generali della vaccinazione vale la pena leggere l’approfondimento su come funzionano i vaccini.
In Italia il ciclo prevede due dosi: la prima tra i 12 e i 15 mesi, la seconda a 5-6 anni. Dopo la seconda dose la protezione raggiunge livelli molto alti, intorno al 99%. La vaccinazione è gratuita e rientra tra quelle obbligatorie per legge.
Il vaccino riduce non solo i casi di varicella, ma anche le complicanze, i ricoveri e i decessi. Nei vaccinati che contraggono comunque l’infezione si osservano di solito forme molto più leggere, con poche vescicole e febbre bassa. Poiché si tratta di un vaccino vivo, è controindicato nelle persone immunodepresse e in gravidanza.
Domande frequenti
La varicella è contagiosa prima che compaiano le macchie?
Sì, ed è uno dei motivi per cui è così difficile contenerla. Una persona infetta è contagiosa da uno o due giorni prima dell’eruzione e lo resta fino a quando tutte le lesioni non si sono trasformate in croste.
Un adulto può prendere la varicella?
Sì, se non l’ha mai avuta né è stato vaccinato. Negli adulti la malattia è in genere più seria, con febbre più alta, eruzione più estesa e un rischio di polmonite e ricovero molto maggiore rispetto ai bambini.
Chi ha già avuto la varicella può prenderla di nuovo?
Nella grande maggioranza dei casi no: l’infezione lascia una protezione duratura. Le seconde infezioni sono rare e di solito più lievi. Il virus però resta nel corpo e può riattivarsi come herpes zoster.
Quanto dura la varicella e quando si può tornare a scuola?
L’eruzione dura circa 5-10 giorni e le croste cadono in una o due settimane. Il rientro è possibile quando tutte le lesioni sono crostate, perché da quel momento la persona non è più contagiosa.
Il vaccino contro la varicella può causare l’herpes zoster?
Il vaccino contiene un virus attenuato, quindi in teoria una riattivazione è possibile, ma è un evento molto raro e molto più lieve dello zoster che segue l’infezione naturale. Nel complesso la vaccinazione riduce la circolazione del virus e il peso della malattia nella popolazione.
Fonti principali
- Organizzazione mondiale della sanità, documento di posizione sui vaccini contro varicella e herpes zoster.
- Centers for Disease Control and Prevention, pagine sulla varicella, sulla trasmissione e sulla vaccinazione.
- Istituto superiore di sanità ed EpiCentro, schede su varicella e sorveglianza.
- Ministero della Salute, calendario vaccinale nazionale.
- Manuali MSD, sezione sulle infezioni da herpesvirus.
⚠️ Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere medico. Consulta sempre il tuo medico per diagnosi e terapie.
