Epatite C: l’epidemia silenziosa che oggi si può curare

Epatite C: l'epidemia silenziosa che oggi si può curare
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Si chiama epidemia silenziosa perché per decenni non dà segnali e intanto lavora sotto traccia sul fegato. L’epatite C è l’infezione cronica causata dal virus HCV (Hepatitis C Virus), appartenente alla famiglia dei Flaviviridae, scoperto solo nel 1989: una scoperta così importante che nel 2020 valse il Premio Nobel per la Medicina a Harvey Alter, Michael Houghton e Charles Rice. Prima di allora, chi riceveva una trasfusione di sangue contaminato poteva ammalarsi senza che nessuno sapesse spiegare perché.

Oggi il quadro è cambiato in modo radicale. L’OMS stima che nel mondo circa 50 milioni di persone convivano con un’infezione cronica da HCV e che ogni anno si verifichino circa 1 milione di nuove infezioni, ma la malattia è diventata quasi sempre guaribile: gli antivirali ad azione diretta la eliminano in oltre il 95% dei casi, con poche settimane di compresse e pochi effetti collaterali. Il problema, adesso, è un altro: la maggior parte delle persone infette non lo sa.

Che cos’è l’epatite C e perché è silenziosa

L’epatite C è l’infiammazione del fegato causata dal virus HCV. Il virus infetta gli epatociti, le cellule del fegato e il sistema immunitario risponde attaccando le cellule infette: è questa risposta infiammatoria, più del virus stesso, a danneggiare l’organo nel tempo.

La definizione di epidemia silenziosa nasce da un fatto semplice: l’infezione acuta è asintomatica nella grande maggioranza dei casi. Febbre, stanchezza, nausea o ittero compaiono solo in una minoranza di persone e spesso vengono scambiati per un banale malessere. Il fegato, inoltre, non ha terminazioni nervose capaci di segnalare il dolore: può accumulare danni per anni senza produrre alcun sintomo. Quando i problemi si manifestano, di solito è perché la malattia è già avanzata.

In pratica: si può convivere con l’epatite C per 20 o 30 anni senza accorgersene. Ecco perché i controlli del sangue sono l’unico modo per scoprirla in tempo.

Come si trasmette il virus dell’epatite C

L’HCV si trasmette per via ematica: il virus entra nel sangue di una persona sana attraverso il sangue di una persona infetta. Le modalità principali sono:

  • la condivisione di siringhe o di materiale per l’assunzione di sostanze, la via più frequente in Italia e in Europa;
  • le trasfusioni di sangue o emoderivati ricevute prima dell’introduzione dei controlli obbligatori sulle donazioni, avvenuta nei primi anni Novanta;
  • strumenti non sterilizzati per tatuaggi, piercing, manicure o trattamenti estetici;
  • esposizioni professionali, come una puntura accidentale con un ago contaminato in ambito sanitario;
  • la trasmissione da madre a figlio durante il parto, possibile in circa il 5% dei casi;
  • più raramente, i rapporti sessuali, soprattutto in presenza di microlesioni o di co-infezione con altre infezioni sessualmente trasmissibili.

Non si trasmette invece con il contatto quotidiano: né con abbracci, né con la condivisione di bicchieri o posate, né con la tosse, né con l’allattamento al seno. Anche la convivenza con una persona infetta è sicura, a patto di non condividere oggetti che possano venire a contatto con il sangue, come lamette, spazzolini o tagliaunghie.

Da ricordare: il virus dell’epatite C sopravvive fuori dal corpo per ore, anche a temperatura ambiente. Per questo la sterilizzazione di qualsiasi strumento che possa entrare in contatto con il sangue non è un dettaglio, è la principale barriera alla diffusione.

Cosa succede dopo l’infezione: forma acuta e forma cronica

Dopo il contagio si distinguono due fasi. La forma acuta è quella dei primi sei mesi: in una quota di persone, stimata tra il 15% e il 25%, il sistema immunitario elimina da solo il virus e l’infezione si risolve senza conseguenze. Nella maggioranza dei casi, invece, il virus non viene eliminato e l’infezione diventa cronica: succede in circa il 70-80% delle persone infette.

L’epatite cronica non significa malattia conclamata. Significa che il virus continua a replicarsi e l’infiammazione del fegato prosegue a bassa intensità, anno dopo anno. La velocità con cui il danno progredisce varia da persona a persona: dipende dall’età al momento del contagio, dal sesso, dal consumo di alcol e dalla presenza di altre condizioni come diabete, fegato grasso o infezione da HIV, che accelera il decorso.

Le conseguenze a lungo termine: fibrosi, cirrosi e tumore del fegato

Con il passare degli anni, l’infiammazione cronica induce il fegato a produrre tessuto cicatriziale: è la fibrosi, che progredisce in silenzio. Quando la cicatrizzazione diventa estesa e rimodella la struttura dell’organo, si parla di cirrosi, una condizione in cui il fegato lavora sempre peggio e aumenta il rischio di scompenso e di complicanze come l’ascite o l’emorragia da varici esofagee.

Il rischio più temuto è però un altro: nelle persone con cirrosi da HCV, l’incidenza del carcinoma epatocellulare, il tumore primitivo del fegato, è significativamente aumentata. Il tumore può comparire anche in fegati con fibrosi avanzata ma senza cirrosi conclamata, ed è per questo che la diagnosi precoce e il trattamento dell’infezione cambiano davvero la storia naturale della malattia: eliminare il virus ferma la progressione del danno e riduce in modo sostanziale il rischio di cirrosi e di cancro del fegato.

La diagnosi: dal test anticorpale all’elastometria

La diagnosi di epatite C si fa con esami del sangue, in un percorso a due tappe. Il primo passo è il test anticorpale (anti-HCV): se gli anticorpi sono assenti, la persona non è stata esposta al virus. Se invece sono presenti, non basta: gli anticorpi possono essere residuo di un’infezione guarita da sola o curata in passato e non dicono se il virus è ancora attivo.

Per questo il secondo passo è la ricerca del HCV-RNA, il materiale genetico del virus, con tecniche di biologia molecolare: se è rilevabile, l’infezione è in corso e va trattata. Se non è rilevabile, l’infezione si è risolta o è già stata curata. Completano il quadro la genotipizzazione, che identifica la variante del virus (utile soprattutto per scegliere il regime terapeutico nei casi più complessi) e la valutazione della salute del fegato con elastometria (FibroScan) o con i marker bioumorali di fibrosi, che misurano la rigidità dell’organo senza bisogno di biopsia.

Attenzione alla differenza: anticorpi positivi non significa malattia attiva. Il test decisivo è l’HCV-RNA. Un medico sa leggere la combinazione dei due esami: affidarsi ai fai-da-te o ai test fatti anni fa è il modo più sicuro per sbagliare diagnosi.

La cura: gli antivirali ad azione diretta

La terapia dell’epatite C è oggi uno dei successi più netti della medicina moderna. Gli antivirali ad azione diretta (DAA) bloccano specifiche proteine di cui il virus ha bisogno per replicarsi e lo fanno così bene che l’infezione viene eliminata nella stragrande maggioranza dei casi.

Il trattamento consiste in una combinazione di compresse da assumere per 8-12 settimane, una volta al giorno. Alla fine del ciclo si verifica la risposta virologica sostenuta, cioè la persistenza dell’HCV-RNA non rilevabile a 12 settimane dalla fine della terapia: equivale di fatto alla guarigione, ottenuta in oltre il 95% dei casi, con effetti collaterali lievi e transitori. I regimi oggi disponibili sono definiti pan-genotipici, ovvero efficaci contro tutti i genotipi del virus, il che ha semplificato la scelta terapeutica. In Italia i farmaci sono erogati dal Servizio Sanitario Nazionale e il trattamento è indicato per tutte le persone con infezione cronica, indipendentemente dallo stadio della malattia.

La guarigione non lascia una memoria protettiva: è possibile reinfettarsi se si torna a essere esposti al virus. Per questo la cura va sempre accompagnata dalla prevenzione, soprattutto nelle persone che continuano ad avere comportamenti a rischio.

La prevenzione e l’obiettivo OMS 2030

Non esiste un vaccino contro l’epatite C, a differenza di quanto accade per l’epatite A e la epatite B. La prevenzione si gioca quindi su due fronti: ridurre le esposizioni al virus ed eliminare i serbatoi di infezione trattando chi è infetto.

Sul primo fronte contano la sicurezza delle trasfusioni e degli emoderivati, la sterilizzazione degli strumenti, i programmi di riduzione del danno per le persone che assumono sostanze, l’uso di materiale monouso per tatuaggi e piercing e i comportamenti individuali, dal preservativo alla attenzione agli oggetti personali taglienti. Sul secondo fronte, l’OMS ha lanciato la strategia per l’eliminazione dell’epatite C come problema di salute pubblica entro il 2030, con obiettivi ambiziosi: diagnosticare la maggior parte delle infezioni, curare le persone eleggibili e ridurre drasticamente nuove infezioni e morti.

L’anello debole resta la diagnosi tardiva: in molti paesi, Italia compresa, una quota importante delle infezioni viene scoperta quando la malattia è già avanzata. Per questo sono stati avviati programmi di screening della popolazione: test rapidi offerti anche in contesti non sanitari e campagne mirate per le coorti di nascita più esposte e per le persone con fattori di rischio. Farsi il test è un gesto semplice e oggi ha un valore enorme: scoprire l’infezione significa poterla curare e curarla significa fermare la malattia prima che il fegato ne paghi il prezzo. Per approfondire la trasmissione e la prevenzione delle infezioni virali, puoi esplorare la sezione dedicata alle malattie infettive e tropicali.

Domande frequenti sull’epatite C

L’epatite C si trasmette con i rapporti sessuali?

La trasmissione sessuale è possibile ma rara nelle coppie stabili. Il rischio aumenta con rapporti traumatici, con la presenza di altre infezioni sessualmente trasmissibili o con partner multipli: in queste situazioni il preservativo è la protezione raccomandata.

Se gli anticorpi anti-HCV sono positivi, sono malato?

Non necessariamente. Gli anticorpi positivi indicano che si è entrati in contatto con il virus, ma possono essere il residuo di un’infezione risolta o curata. Solo la ricerca dell’HCV-RNA stabilisce se l’infezione è ancora attiva.

L’epatite C si può guarire del tutto?

Sì. Con gli antivirali ad azione diretta la risposta virologica sostenuta, cioè la scomparsa del virus dal sangue, si ottiene in oltre il 95% dei casi con 8-12 settimane di compresse. È considerata di fatto una guarigione.

Dopo la guarigione posso reinfettarmi?

Sì, la guarigione non conferisce immunità. Chi continua a esporsi al virus, per esempio condividendo siringhe o materiale per l’assunzione di sostanze, può contrarre di nuovo l’infezione e va quindi monitorato nel tempo.

Esiste un vaccino contro l’epatite C?

No, al momento non esiste un vaccino per l’HCV. La prevenzione si basa sull’evitare le esposizioni al sangue e sulla diagnosi e cura delle persone infette, che interrompono la catena di trasmissione.

Le informazioni di questo articolo si basano sulle schede ufficiali dell’OMS sull’epatite C, dell’ECDC, dell’Istituto Superiore di Sanità e del Ministero della Salute.

⚠️ Questo articolo ha scopo informativo e non sostituisce il parere medico. Consulta sempre il tuo medico per diagnosi e terapie.

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